Il tricolore nel piatto: la rivoluzione al dente dello spaghetto al pomodoro

In Italia lo spaghetto al pomodoro non è una semplice pietanza, ma la sintesi identitaria della nostra tavola. Eppure, il suo celebre tricolore nasconde un paradosso storico: il rosso vivo del pomodoro, il bianco della semola e un "verde" che non appartiene affatto al basilico, ma alla pasta stessa. Erano infatti definiti vierdi vierdi i maccheroni dai venditori ambulanti nella Napoli d'altri tempi: un richiamo per indicare una consistenza ancora acerba, callosa e tenace, in netto contrasto con le consuetudini aristocratiche del Quattrocento, quando Maestro Martino prescriveva cotture estenuanti di due ore con partenza da acqua fredda.
È dunque tra quei vicoli che nasce il dogma moderno della cottura al dente.

Nel corso dei secoli, a questa solida architettura di grano si sono uniti il pomodoro, il basilico e le declinazioni territoriali tra aglio dorato, cipolle dolci e soffritti lenti, fino a consacrare la vera pummarola napoletana come pilastro universale. Una preparazione popolare che negli anni Ottanta ha compiuto il suo salto definitivo nell’alta cucina grazie all'intuizione di Alfonso Iaccarino: portare lo spaghetto al pomodoro in Costiera come fiera provocazione mediterranea ai canoni dell’alta ristorazione d'oltralpe, permettendo al piatto di uscire dalla strada e dalle case «a riveder le stelle».

Partendo da queste solide fondamenta, la community Artisti di Barilla Al Bronzo ha reinterpretato la tradizione attraverso l'evoluzione del classico, trasformando la pasta trafilata al bronzo in una superficie creativa capace di esaltare consistenze, estrazioni e sfumature inedite.

Un viaggio gastronomico tra avanguardia e memoria che prende forma in molteplici ricette d'autore: dalla geniale rottura di schemi dell'AntiPasta di Valerio Dallamano alla freschezza e intensità degli Spaghetti, tonno, burro acido e acqua di pomodoro di Davide Maci; dalla veracità identitaria degli Spaghetti con salsa alla scarpara di Armando Codispoti, fino alla purezza tecnica e aromatica degli Spaghettoni in acqua di pomodoro affumicato all'olivo di Fabrizio Bartoli e degli Spaghettoni H₂O pomodoro di Giuliano Fusaro.

Valerio Dallamano



«Cercavo qualcosa di buono ma anche di diverso, ed ecco arrivare l’idea
dell’antipasta! Una pasta cotta all’assassina, croccante, da mangiare con le mani e fare scarpetta nella salsa di datterino e nella spuma del fatulì, il formaggio di capra affumicato su brace. Prima della pasta, un antipasto finger.» 
(leggi tutto)

Alberto Bertani



«Mi piace valorizzare la classicità italiania, e qui ho portato la pasta alla sua massima espressione. Una salsa ai tre pomodori, una spuma di Parmigiano Reggiano 24 mesi a interpretare uno degli emblemi della nostra gastronomia in chiave personale.» (leggi tutto)

Armando Codispoti



«Questo piatto di origini calabresi pare debba il nome a un baratto tra il ciabattino e le sue clienti. Una salsa di pomodoro che risale al 1956, al nostro arrivo a Bergamo, e che nel tempo si è evoluta arricchendosi di ’nduja, altro cardine calabrese che rafforza la nostra identità, oltre al gusto.»(leggi tutto)

Fabrizio Bartoli



«I miei ristoranti sono immersi in orti e oliveti da cui ogni giorno attingo
alle materie prime. Partendo dal ricordo della pasta al pomodoro di mia nonna ho creato un’acqua con 27 pomodori diversi e ho cotto gli spaghetti su brace di olivo, perché la fiamma è un altro elemento essenziale del mio gusto toscano.»(leggi tutto)

Giuliano Fusaro


«Una pasta al pomodoro moderna, omaggio alla tradizione attraverso tecniche e ricerca contemporanee. Del pomodoro non si spreca nulla: la pasta cuoce nella sua acqua, si valorizzano varietà diverse e si uniscono basilico italiano e giapponese per esaltarne freschezza e balsamicità.»(leggi tutto)

In questa notizia