Paolo Trippini, quando la pasta racconta storie d’Umbria
A Civitella del Lago, piccolo borgo affacciato sul bacino di Corbara, c’è un ristorante che da sessant’anni porta avanti un’idea semplice: cucinare il territorio senza farne folclore. Si chiama Trippini, e oggi è una delle insegne più solide dell’Umbria gastronomica.

Giunto oggi alla terza generazione, a guidarlo c’è Paolo Trippini, classe 1979, che qui è rimasto, a raccogliere l’eredità di nonno Giuseppe. Ma la sua storia non è quella di un ritorno alle origini: è il racconto di una costruzione progressiva, passo dopo passo, di una cucina che oggi rappresenta uno dei volti più solidi e coerenti dell’Umbria gastronomica. Dopo il diploma all’alberghiero di Spoleto, Trippini lascia casa per formarsi in alcune delle cucine più esigenti d’Italia. Passa accanto a Gianfranco Vissani, nella vicina Baschi, poi si sposta in Toscana da Gaetano Trovato a Colle Val d’Elsa, e infine approda anche all’estero, in Germania, dove lavora a Berlino con Enrico Bartolini. Sono anni di disciplina, di rigore tecnico e di apertura mentale. Quando nel 2006 torna a Civitella per prendere in mano il ristorante, la sfida è chiara: tenere fede alla tradizione senza farsi imprigionare da essa.

Emblematica in questo senso è la sua interpretazione dello Spaghetto quadrato Barilla Al Bronzo con stracotto di maiale, amarena e caprino umbro. Un piatto che nasce da una tradizione antica — quella di cuocere il maiale brado con la birra — e che Paolo rilegge con intelligenza e misura.
Il risultato è un equilibrio di contrasti dolce-amaro, dove l’amarena e la lieve acidità del caprino alleggeriscono la ricchezza della carne, regalando al palato una piacevolezza moderna e una succulenza piena ma mai pesante. È un piatto che racconta il territorio senza imitarlo, e che allo stesso tempo ne traduce l’essenza in chiave contemporanea.

C’è anche un rimando poetico, ma concreto: il ciliegio che cresce accanto al ristorante, nello spazio dove un tempo sorgeva l’orto di suo padre. È un dettaglio che chiude il cerchio — «qui si mangia ciò che si vede», dice spesso Trippini — e che trasforma il piatto in un piccolo paesaggio commestibile, coerente con la vista che si apre dalle vetrate sul lago di Corbara.
La storia comincia negli anni Sessanta, quando Giuseppe Trippini apre una trattoria di paese dal nome schietto: “Da Peppe se pappa”. Cibo genuino, vino locale, e un’idea di accoglienza che nasce più dal senso di comunità che dall’ambizione. Negli anni Ottanta arriva il figlio Adolfo, che trasforma la trattoria in un ristorante vero e proprio, puntando su materie prime locali e una cucina più curata. Il locale, affacciato sulle colline che guardano Orvieto, ha linee essenziali e ampie vetrate che incorniciano il paesaggio. L’atmosfera è raccolta, il servizio misurato, la carta dei vini costruita con attenzione. È una cucina che non cerca effetti, ma equilibrio.

Giunto oggi alla terza generazione, a guidarlo c’è Paolo Trippini, classe 1979, che qui è rimasto, a raccogliere l’eredità di nonno Giuseppe. Ma la sua storia non è quella di un ritorno alle origini: è il racconto di una costruzione progressiva, passo dopo passo, di una cucina che oggi rappresenta uno dei volti più solidi e coerenti dell’Umbria gastronomica. Dopo il diploma all’alberghiero di Spoleto, Trippini lascia casa per formarsi in alcune delle cucine più esigenti d’Italia. Passa accanto a Gianfranco Vissani, nella vicina Baschi, poi si sposta in Toscana da Gaetano Trovato a Colle Val d’Elsa, e infine approda anche all’estero, in Germania, dove lavora a Berlino con Enrico Bartolini. Sono anni di disciplina, di rigore tecnico e di apertura mentale. Quando nel 2006 torna a Civitella per prendere in mano il ristorante, la sfida è chiara: tenere fede alla tradizione senza farsi imprigionare da essa.
La cucina di Paolo Trippini parte dal territorio, ma non si ferma alla cartolina. È fatta di ingredienti umbri autentici — tartufo, legumi, cacciagione, erbe spontanee — trattati con mano leggera, equilibrio e precisione. C’è un rispetto quasi istintivo per il prodotto, ma anche una ricerca costante di pulizia gustativa e modernità tecnica. Nei suoi piatti la memoria contadina si intreccia con la lucidità di uno chef che conosce la grande cucina europea: niente eccessi, nessun effetto, solo sostanza e identità.

Emblematica in questo senso è la sua interpretazione dello Spaghetto quadrato Barilla Al Bronzo con stracotto di maiale, amarena e caprino umbro. Un piatto che nasce da una tradizione antica — quella di cuocere il maiale brado con la birra — e che Paolo rilegge con intelligenza e misura.
Il risultato è un equilibrio di contrasti dolce-amaro, dove l’amarena e la lieve acidità del caprino alleggeriscono la ricchezza della carne, regalando al palato una piacevolezza moderna e una succulenza piena ma mai pesante. È un piatto che racconta il territorio senza imitarlo, e che allo stesso tempo ne traduce l’essenza in chiave contemporanea.

C’è anche un rimando poetico, ma concreto: il ciliegio che cresce accanto al ristorante, nello spazio dove un tempo sorgeva l’orto di suo padre. È un dettaglio che chiude il cerchio — «qui si mangia ciò che si vede», dice spesso Trippini — e che trasforma il piatto in un piccolo paesaggio commestibile, coerente con la vista che si apre dalle vetrate sul lago di Corbara.
È un omaggio alla cucina borghese italiana, alla sua eleganza istintiva, ma anche a quella cultura gastronomica che Barilla Al Bronzo ha saputo custodire e reinterpretare nel tempo, con un tocco che rimanda alle tavole rinascimentali dove la frutta dolce accompagnava la carne: un gesto di memoria che diventa contemporaneità.
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