Anthony Genovese: lo chef cosmopolita

Con quasi trentacinque anni di carriera e un curriculum da studiare a memoria dalle nuove generazioni, inventore senza dubbio di uno stile di cucina nuovo, inedito e cosmopolita ma di certo dalle roboanti basi italiane, Anthony Genovese ha finalmente trovato la quadra per essere uno degli chef più importanti e innovativi del nostro Belpaese. Partendo geneticamente da una visione “italiana e calabrese” in Francia, e cresciuto tra Enoteca Pinchiorri a Firenze e Palazzo Sasso in Costiera amalfitana, dal 2003 è ormai definitivo a Roma, con il suo ristorante Il Pagliaccio, nella via da cartolina Banchi Vecchi, e ora, dopo anni di sperimentazioni nel microcosmo del gusto, chi avrebbe il coraggio di fermarlo, di sminuirlo, di non considerarlo un maestro di innovazione? Chi?!

Leone mentre sta in cucina, pensatore, innamorato degli ingredienti e delle sfumature di sapori della Terra, cuoco inquieto un tempo ma ora riflessivo e più che consapevole della sua unicità, Genovese con la sua brigata ha raggiunto livelli magistrali, davvero. Non è stato facile, anzi, in tre lustri del Pagliaccio si è visto passare sotto la pelle un turbinìo di battaglie, guerre, duelli all'ultimo sangue con clienti bigotti, giornalisti enogastronomici non in grado neppure di seguirlo nei suoi ragionamenti e colleghi forse gelosi del suo valore oltre lo spazio-tempo dell'alta cucina italiana. Ma è andato avanti, a testa bassa e alto sguardo, vincendo e perfezionandosi sempre di più. La storia di Anthony Genovese, felino di razza e cuoco sognatore, che ha reso vera e buonissima una cucina trans-nazionale e personale, che non era mai esistita prima.

Una vita oltre i confini del gusto

Nato cinquant'anni fa nell’Alta Savoia francese da una famiglia calabrese immigrata, frequenta la scuola alberghiera a Nizza e fin da subito è plasmato da una cultura ibrida del cibo, bizzarramente calabro-transalpina. A 22 anni torna però nella sua terra d'origine, l’Italia, per l’esattezza all’Enoteca Pinchiorri di Firenze: all’epoca c’era poca scelta per approfondire la cucina di ricerca, si poteva andare solo da Gualtiero Marchesi o da Pinchiorri. Qua, nella città di Giotto e Michelangelo, scopre un mondo nuovo e riesce a raggiungerne anche altri, davvero differenti, sempre grazie a Giorgio Pinchiorri e Annie Feolde: i viaggi in Oriente infatti, a Bangkok e Tokyo, sono molto importanti per la sua futura statura professionale. Nel suo bagaglio culturale scoppia quindi una positiva pazzia per il sud-est asiatico. Poi arrivano le esperienze anche a Londra, in Malesia, a Pechino e quindi in Costiera amalfitana, a Ravello, all’interno del Palazzo Sasso.

Conquista la prima stella Michelin, dimostrando il suo indubbio valore e godendosi la vicinanza di due compagni di viaggio da scompiglio neurale: Stefano Baiocco e Pino Lavarra. Insieme a loro il cuoco italo-francese trasforma Palazzo Sasso in uno dei migliori ristoranti del Meridione, d’Italia e del mondo stesso. Nell’Anno Domini 2003 Anthony Genovese, insieme alla socia-proprietaria Marion Lichtle, apre successivamente Il Pagliaccio a Roma. Fuochi d’artificio per la Capitale: con il suo arrivo, la cucina capitolina trova dunque nuova linfa speziata, novelli spunti d’ispirazione e attuali contaminazioni dettati dalla globalizzazione, una palpabile modernità di gusto che strizza l’occhio e il palato al globo terracqueo.


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