Più di 40 venue in tutto il mondo accomunate dalla passione per la materia prima e la qualità, l'insegna monegasca Beefbar, voluta nel 2005 da Riccardo Giraudi, si distingue per un’offerta gastronomica capace di valorizzare i migliori tagli di carne al mondo rompendo i codici tradizionali della "carne".
Design e spirito internazionale, coadiuvati da ricerca e intuizione, hanno valso anche il primo posto nella categoria “Multiple Outlets” dei World’s 101 Best Steak Restaurants.
Nel cuore della Piazza del Quadrilatero, all’interno dell’ex Seminario Arcivescovile milanese, questa location d’eccezione rimasta nascosta per oltre 500 anni è tornata a nuova vita grazie all'imponente progetto di riqualificazione che ha portato alla nascita di Portrait Milano del gruppo Lungarno Collection.
Riccardo Giraudi, italiano di cuore e monegasco di adozione, CEO di Giraudi Group e fondatore di Beefbar, racconta così il ristorante milanese:
«Mi ha emozionato davvero l'apertura del primo flagship Beefbar nel mio Paese d'origine, l'Italia. Volevo che il luogo riflettesse le radici profonde dell'attività della mia famiglia, nell'ambito della quale tutto quanto sto adesso realizzando ha avuto il suo inizio, oltre 60 anni fa. Questo bellissimo Beefbar meneghino racchiude così il passato, il presente e il futuro della nostra passione per il buon cibo, unita come sempre al grande design. Sono molto grato a tutto il mio team, ai partner e agli amici per aver reso possibile la realizzazione di quello che era davvero un mio sogno personale».
«All'inizio, quando scelgo un luogo, seguo il mio istinto e l'energia che provo mentre vi cammino. Dopo aver aperto un Beefbar stagionale a Porto Cervo, Milano è stata la scelta più ovvia per il primo nostro flagship italiano. La "Piazza del Quadrilatero" è stata un'immediata folgorazione».
La proposta gastronomica
Beefbar Milano propone ed esalta le origini e i tagli delle carni migliori al mondo attraverso ricette popolari. Al timone di tutte le cucine del gruppo, l'Executive Chef Thierry Paludetto, parte del progetto fin dalla sua nascita, francese di Tolosa che, insieme ai suoi otto corporate chef provenienti da tutto il mondo, lavora per valorizzare i tagli più pregiati, spesso rari o in esclusiva, per una proposta declinata in chiave locale e internazionale.
Il menu presenta un’ampia selezione di raffinati street food e specialità raw creati per essere condivisi: dalla cottura alla griglia a quella in salsa, dalla robata al carbone alla delicatezza del vapore, al wok o alla tempura. Ecco allora il Croque sando al prosciutto di manzo, formaggio filante e salsa Beefbar, il Szechuan Pepper Beef, la Tagliata di Hanger steak di Wagyu marinata al gochujang, l’Amatriciana di manzo affumicato, le Pappardelle al ragù "bolognese" di wagyu e vitello con Parmigiano 101 mesi e il celebre Cordon bleu, filetto di vitello farcito con prosciutto di manzo, tartufo e formaggio fondente.
Beefbar Milano dà ampio spazio anche ad una selezione di dolci tra cui il Gelato mantecato accompagnato da salse e toppings, il Lingotto Marbled Chocolate, il French toast e il Soufflé al cioccolato.
Poi una selezione di vini da tutto il mondo provenienti sia da cantine prestigiose che da piccoli produttori con un focus particolare sulle etichette italiane valorizzate in una cantina a vista posizionata all’interno della sala.
Il team italiano, gestito da Francesco Cione – Director of Operations Italia e Corporate Bars & Beverage Director, Daigoro Ciervo – Head of Restaurant e Gabriele Pica – Head Sommelier, vanta esperienze internazionali di haute hotellerie del calibro di Cipriani Venezia, Cristallo di Cortina, The Goring Hotel di Londra, oltre a collaborazioni con l'Albereta del maestro Marchesi e i reali inglesi per il matrimonio della Duchessa di Cambridge con il Principe William.
L'impatto visivo, curato dallo studio di architettura Humbert & Poyet di Monte Carlo, rapisce e spicca per le applique Osvaldo Borsani, le sedute di Magistretti e le atmosfere della Milano d'antan.
Ph. interior: credit Francis Amiand – Humbert & Poyet
Ph. food: credit Anthony Oberst