La pesca del Pesce Spada: dal mare alla tavola

Uno degli scenari nostrani più caratteristici: lo Stretto di Messina. Pratiche culinarie, riti di captatio benevolentiae, leggende e un elogio al pesce spada, a cura di quattro grandi chef italiani: Maurizio e Armando Sciarrone, Pasquale Caliri e Roberto Toro.
Questa, con buona pace di Domenico Modugno che ne trasse ispirazione per una delle sue interpretazioni più struggenti, non è una storia d’amore. Meglio: non è solo una storia d’amore, perché a complicare le cose, nei secoli, sull’argomento, si sono intrecciate e accavallate la storia, la magia, la mitologia, la religione, le credenze popolari e a volte, inaspettatamente, anche i capricci del meteo e delle correnti marine. È una storia d’amore e morte, una sfida tra intelligenze, un coraggioso confronto a cui il tempo non ha tolto pathos e suggestione, una battaglia in cui, dopo secoli, nonostante i progressi della tecnica e i vantaggi che questa inevitabilmente comporta, non si sa sino alla fine chi ha la meglio e chi perde, chi vanterà il trofeo e chi soccomberà, chi tornerà vittorioso a casa e chi - invece - mai più. Lo scenario è quello dello Stretto di Messina, quel singolare unicum orografico intriso di genius loci e incrostato di mito e leggenda che ancora oggi scatena sentimenti misti di timore e meraviglia al momento del suo attraversamento. I protagonisti, ma sarebbe più corretto parlare di antagonisti, sono l’uomo e il pesce spada, il cacciatore e la preda, l’intelligenza e la scaltrezza da una parte e l’istinto di sopravvivenza dall’altra, Eros – come naturale pulsione umana di vita e di autoconservazione - e Thanatos, come tendenza alla distruzione altrui, in questo caso alla cattura e alla morte. L’inizio della storia si perde, invece, nella notte dei tempi: c’è chi cita i Mirmidoni, coraggioso popolo della Tessaglia che, rabbiosi per la fuga dei Troiani attaccati per vendicare l’uccisione di Achille, si lasciarono annegare in mare e furono tramutati in pesci dal lungo rostro da Tetide, dea delle acque marine, in onore del loro nobile gesto; chi lo storico Polibio, che nel II secolo a.C. rimase affascinato dalla tecnica di pesca al pesce spada praticata ai piedi dello scoglio di Scilla; chi il viaggiatore gourmet ante-litteram Archestrato di Gela, che ne decantava la bontà gastronomica definendolo "cibo divino" e chi addirittura Cartesio, che nella “Miscellanea secentesca” pare consigli la carne dello spada per gli stomaci delicati, affermando che “è vellutata, sapida, aurorale, si squaglia in bocca come un’alga e suscita insieme pensieri casti e di amore”. Quanto di tutto questo sia vero e quanto tramandato o scritto solo per alimentare suggestione e mito non è dato sapere, ma una cosa è certa: dietro questa “singolar tenzone” tra uomo e natura nello specchio d’acqua tra Scilla e Cariddi, lì nel punto esatto dove secondo Alfredo Camisa e Bartolo Cattafi, autori di un saggio sullo Stretto di Messina e le Eolie del 1961, “la rema (corrente marina) montante che la Sicilia indirizza contro la Calabria e la rema scendente che segue la rotta inversa sono fasci alternati di energie che le due terre si scambiano attraverso lo Stretto, come braccia di due corpi che si respingono; non ostili, ma desiderosi di distanza”, c’è uno scientifico dispiego di strategie, mezzi e risorse umane che il tempo ha solo snellito…

Anteprima di "U pisci spada" di Danilo Giaffreda in uscita su ItaliaSquisita nº37

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