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Menu di Natale coi vini di Dan Lerner

Dan Lerner e i vini giusti per il menu di natale: fiano di avellino, vini collio, verdicchio dei castelli di jesi, moscato d’asti.
A volte capita che mi chiedano di suggerire vini strani, vini bizzarri e mi sovviene allora la sindrome dell’”idiot savant”, individui cioè che presentano una capacità super sviluppata in concomitanza con un certo grado di ritardo mentale. Ma il vino non è fatto per épater les bourgeois, il vino è per godere. Nel vino l’armonia e l’equilibrio sono doti che devono accompagnare la piacevolezza e la caratteristica principe: la bevibilità. Non è più tempo di vini estremi, ma di vini estremamente buoni. Se in queste giornate di libagioni volete stupire gli amici fatelo sfatando uno dei molti pregiudizi che accompagnano le bottiglie, i bianchi vanno bevuti giovani, per esempio. Abbinate alle vostre succulente preparazioni di cucina alcuni bianchi con qualche anno sulle spalle, la loro complessità e le loro caratteristiche vi trasformeranno in un istante nell’esperto del gruppo! Struttura a sostenere anche piatti complessi, acidità a ripulire ed alleggerire il palato. L’ideale per le faticose cene del Natale. Parola di Dan Lerner (blog) Ciro Picariello, Summonte (AV) – Fiano di Avellino 2005. Grande mineralità, note tra il salmastro e l’affumicato, un ricordo di canditi. Grasso in bocca e ancora sostenuto da tanta acidità. Un vino che trae tutta la sua complessità dalle uve dei pochi ettari dell’azienda: ha visto solo acciaio e tanta attenzione. Bressan Mastri Vinai, Farra d’Isonzo (GO) – Carat 2004 (Tocai Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla). Il classico uvaggio dei vini Collio, dopo aver trascorso un anno sulle sue fecce fini in botti da 2.000 lt. e barrique riposa a lungo in acciaio per regalare solo ora tutta la sua eleganza. Volete giocare al sommelier? Beh, ci si trova l’albicocca e la pesca, il miele e l’acacia, e la deliziosa chiusura amarognola di una mandorla. Fattoria San Lorenzo, Montecarotto (AN) – Il San Lorenzo 1998 (Verdicchio dei Castelli di Jesi). Sì, verdicchio, quel vino che in molti snobbate. Qui potete vincere molte scommesse. Provate a chiedere ai vostri commensali di ipotizzare l’età di ciò che stanno sorseggiando: dodici anni non glieli darà nessuno. Una freschezza che ognuno di noi vorrebbe avere a ottant’anni (l’equivalente “umano”). Solo acciaio e cemento per la sua vinificazione, e poi la lucida follia dell’attesa da parte di Natalino Crognaletti, il produttore. Cà d’Gal, Santo Stefano Belbo (CN) – Moscato Vigna Vecchia 2003 (Moscato Bianco di Canelli). Il Moscato sui dolci finali ci sta sempre e qui non faremo eccezione anche se questo vino io lo vedo anche meglio prima, sul fois-gras o sui formaggi erborinati. Una vigna di oltre 50 anni, un terreno calcareo e bianco, anche qui il sostegno di una bella acidità che è la spina dorsale di ogni buon vino. Una dolcezza delicata e un meraviglioso sentore di salvia. Di che stupire e gioire pensando ai “moscatini” che impazzano sugli scaffali dei supermercati in questi giorni. Ce n’è 1.000 bottiglie ogni annata e poi più.
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