Marco Ambrosino

Classe 1984, Marco Ambrosino sbarca a 22 anni nella cucina de il Melograno di Ischia, da Libera Iovine, dove resta 5 anni. Nel 2011 lascia gli ormeggi del sud per un’avventura al nord al fianco di Redzepi (Noma), prima di tornare a Procida, l’isola natale che lascia per ricrearne una propria sulle rive del Naviglio nel 2014: 28posti, un porto urbano arredato con una filosofia “zero spreco” dentro e fuori dalla cucina.
Provare e riprovare fino a provocare la meraviglia, una tecnica messa in pratica tanti anni fa sulla propria pelle e replicata oggi nella cucina del 28posti di Milano. Marco Ambrosino prova a entrare nel mondo della ristorazione e a uscire dalla facoltà di Economia, senza prevedere invece che sarebbe stato proprio il tempo passato in cucina a imbastire la sua carriera. La prima proposta arriva dal Melograno di Ischia di Libera Iovine, dove le tecniche dell’alta ristorazione lo inducono a fare un reset completo di tutto ciò che ha imparato. Le occasioni continuano anche a Barcellona, dove si fa carico di tutta l’influenza spagnola di quegli anni, ancora intrisa dell’avanguardia di Adrià. È allora che intravede un’altra versione di ciò che poteva voler dire “cuoco”, messa finalmente a fuoco nel 2012 al Noma, dove sviluppa metodo e tecniche fino ad assimilare un messaggio fondamentale: tramite il cibo che si può parlare di altro, perché la cucina è prima di tutto il risultato di un processo sociale. Ambrosino dà così il via a uno studio antropologico, corredato da un’indagine storica e continue prove, che realizza concretamente nella cucina affidatagli dai proprietari del 28posti nel 2014. Nei piatti racconta la sua Procida fino a rendere vivente un Mediterraneo ormai vissuto, figlio di una tradizione millenaria dallo stampo greco-marocchino. Attualizza le tecniche insieme alla sua brigata che, “eccezionale Chef, ma non è da noi!”, lo porta a disfare e rifare, ragionare ed esser fertile nella reintepretazione della tradizione. Riesce a far parlare la stessa lingua a tutta la cucina senza l’uso della parola, dimostrando che per raccontare il Mediterraneo bastano materia prima, intuito e coraggio. Ma serve anche una certa disponibilità mentale che al 28posti non manca né in cucina né in sala: pareti con legno assemblato dai detenuti di Bollate, lampade ricavate dal PET e tavoli in ferro reinventati in laboratorio. Un arredo che riflette il carattere aperto e dinamico della sua cucina, “senza scarti” perché semplicemente non ne genera: al 28posti si cucinano per esempio solo animali di cui il sacrificio è totale, come l’agnello che risponde all’appello in ogni menu.
Le scelte della sua piccola cucina forse non faranno la differenza nel panorama della ristorazione, ma non lasceranno nemmeno indifferenti su ciò che vi accade. Se infatti la prassi in cucina è quella di “buttare” la pasta con leggerezza perché tanto costa poco, 28posti la butta sotto i riflettori con un trattamento a base di spore e fermentazioni che termina con l'aggiunta di un miso di ceci neri: macinato come una spezia, il miso restituisce un sapore lattiginoso allo spaghetto travestito ora da cacio e pepe, ma senza addosso né uno né l’altro. In ogni piatto al 28posti c’è una storia. Marco se ne inventa una ogni giorno per tramandare il passato e sostenere il futuro. Tanto vale prendere posto e ascoltarlo per conoscere ciò che fu, ma nel menu di domani.

Tratto da "Marco Ambrosino" di Barbara Marzano, IS n°35 Foto di Marco Varoli e Gaetano Berni

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