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Tartufo? Coltivazione e altro

I segreti del tartufo: come "coltivarlo", micorizzazione e tartufaie.
La coltivazione artificiale del tartufo bianco o nero (tartuficoltura) è particolarmente problematica poiché fondata su un rapporto simbiotico pianta-fungo (micorizzazione: la simbiosi in cui vive il tartufo con le radici delle piante erbacee alle quale cede acqua e sali assorbiti dal terreno e dalle quali riceve carboidrati già elaborati ossia il nutrimento) le cui condizioni sono difficilmente riproducibili; la “coltivazione” quindi non è altro che la ricreazione dell’habitat naturale del fungo, impiantando le piante che maggiormente sono sensibili alla crescita del tartufo; occorre scegliere un terreno calcareo e povero di humus, scegliere una varietà di tartufo ed impiantare essenze arboree ed arbustive tartufigene (quercia nocciolo, salice, leccio). Le pianticelle sono preventivamente micorizzate, ovvero le radici sono già in simbiosi con le ife fungine prescelte. I risultati della tartuficoltura sono risultati deludenti con le specie più pregiate di tartufo (Tuber Magnatum Pico), mentre con le altre specie la produzione raggiunge ottimi livelli di qualità e quantità. Risultati ottimi si sono avuti con l’impianto di ulteriori piantine microtizzate in aree boschive dove il tartufo cresce naturalmente. In questo modo si ricrea una “tartufaia” o parco naturale di tartufi che vanno poi comunque raccolti come secondo il metodo ormai ancestrale di ricerca dei tartufi con i cani, ad esempio con il Lagotto romagnolo, o lo Spinone Italiano o ancora il Border Collie, tutti cani che se addestrati sono di natura propensi alla ricerca olfattiva del prezioso Tuber Magnatum Pico.
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